martedì 7 febbraio 2017

Polpettine con witlof e carote

Polpettine con witlof e carote

Alcuni grandissimi scrittori hanno la meravigliosa capacità di condensare in pochissime parole concetti all’apparenza semplici ma in realtà complicatissimi e che generalmente richiedono pagine e pagine di spiegazioni ed eruditissime argomentazioni per poter essere non soltanto comprese bensì anche spiegate, espresse. Leonardo Sciascia è sicuramente tra loro, così come lo è Alessandro Manzoni e Dante Alighieri. Il grandissimo autore siciliano è capace di spiegare tutto quello che è accaduto e continua ad accadere in Italia, in forma più o meno diluita, utilizzando, quando ha intenzione di raccontare lentamente con l’ausilio di esempi in non più di trenta righe, se decide di fornire definizioni chiare e precise in neanche cinque righe ma se vuole esprimersi in modo netto è capace di distillare millenni di società, storie, evoluzioni in non più di due righe. Le sue frasi sono una successione non progressiva di lampi, le parole che scrive hanno la densità della roccia più dura, inscalfibile e la limpidezza della verità corredata da una intelligentissima quanto rara onestà intellettuale. Egli farfuglia, sembrerebbe, e poi come se niente fosse forgia perfezione. È inevitabile che i suoi scritti facciano pensare all’arte italiana, a Michelangelo, a Leonardo da Vinci. Il movimento perpetuo delle statue di Buonarroti e la assolutezza decisa, semplice e piena dello sguardo tra l’arcangelo e la Madonna nell’Annunciazione leonardesca custodita presso gli Uffizi di Firenze. In Todo Modo egli spiega il principio alla base della civiltà giuridica in qualunque tempo e territorio con preziose parole, nel momento in cui c’è la necessità della legge si ammette di essere tutti colpevoli. È talmente ovvio da risultare incomprensibile: le persone dovrebbero essere dotate della capacità di agire distinguendo il bene dal male, il giusto dall’errore. Nel momento in cui gli esseri umani si riuniscono a formare delle società più o meno complesse dovrebbero poter essere in grado di non arrecare danno a sé stessi e agli altri eppure c’è bisogno della legge, le società creano la legge, così come creano le religioni, i poteri forti e deboli. Non è una necessità di narrazione, di costruzione di senso, è qualcosa che presuppone che chiunque potrebbe essere in errore, dunque è un’ammissione di colpa collettiva. La stessa istituzione dell’istituto legislativo è un colossale autodafé, la necessità di darsi delle regole perché altrimenti non si è in grado di discernere. L’amicizia, l’amore hanno delle regole non scritte, si fondano su principi che di volta in volta vengono rimodellati in funzione degli individui che compongono quell’unità alla base di qualunque società, delle esigenze oggettive e soggettive e non ci sono, se non nelle medievali cronache trobadoriche, regole scritte per i sentimenti più puri, intimi e personali. Imporre un’amicizia o un amore è come dire non amare. Nel momento in cui le società hanno bisogno dell’istituto legislativo, qualunque esso sia, o di quello religioso, vuol dire che vi è una collettiva ammissione di incapacità di amare e, fondamentalmente, di essere certi della propria onestà, per quello che significa nelle differenti accezioni culturali, spaziali, temporali.
Questa ricetta è ispirata alla capacità di condensare il pensiero dell’umanità intera in, letteralmente, poche parole.  

Carne di manzo e vitella macinata al momento dal macellaio di fiducia
Indivia belga witlof
Pane raffermo
Latte
Sale integrale
Carote
Pangrattato finissimo fatto in casa dai Suoceri
Olio extravergine di oliva
Burro della Latteria sociale di Beduzzo Inferiore

Omogeneizzare il macinato nel mixer, porlo in un recipiente, bagnare il pane nel latte tiepido, omogeneizzarlo nel mixer, pelare e lavare le carote, sminuzzarle nel mixer insieme alla witlof ben lavata. Unire gli ingredienti mescolandoli bene, fare delle palline di circa 2 cm di diametro, passarle nel pangrattato, porle in una teglia oliata, aggiungere un fiocco di burro e infornare in forno ben caldo a 180°C o 200°C per il tempo necessario alla cottura.


lunedì 6 febbraio 2017

Insalata di frutta con Parmigiano Reggiano

Insalata di frutta con Parmigiano Reggiano

Si fa un gran parlare, finalmente, dell’incapacità tutta italiana di parlare, e soprattutto di scrivere, la propria lingua. Anni di scuola non sortiscono generalmente i risultati sperati e i docenti universitari hanno finalmente lanciato un appello affinché il governo prenda atto dell’analfabetismo della popolazione e ponga rimedio. Difficile compito, oggettivamente, per politicanti che raramente hanno un livello culturale superiore a quello che si potrebbe ottenere dopo la frequentazione delle medie e che da anni distruggono sistematicamente e quasi con precisione chirurgica la scuola italiana. Ultima in ordine di tempo la cosiddetta ‘buona scuola’ che ha portato le pochissime eccellenze resistenti sul territorio nazionale a fronteggiare notevoli difficoltà, tra cui, ad esempio, quella di non poter svolgere ore di laboratorio pratico necessarie all’acquisizione delle competenze necessarie per l’ingresso nel mondo del lavoro nello splendido istituto Grue di Castelli, in Abruzzo, in un momento storico in cui qualunque Paese civile fa esattamente il contrario, aumentando le ore di attività concreta, partendo dalla pratica per apprendere la teoria il governo cosa fa? Ovviamente mortifica e rende l’azione innovativa e fondamentale della trasmissione di arti e mestieri che costituiscono il vero tesoro alla base dell’inimitabile qualità italiana quasi impossibile, non fosse per quelle persone di buona volontà che tengono in piedi il BelPaese nonostante i politicanti che si trova a dover sopportare, e talvolta cerca di linciare, non del tutto ingiustificatamente, come è accaduto a Pescara, seppur sempre e comunque deprecabile è l’uso della violenza. La scuola italiana non è più quella descritta da Sciascia, quella della fame, di soprusi inenarrabili, della mancanza del necessario per vivere. È però una scuola dove l’analfabetismo è considerato un dato trascurabile, tutto sommato, sono ragazzi, sono esuberanti. Gli insegnanti sono esasperati, sia per le ore di fiato che metterebbe a dura prova le corde vocali di un soprano, sia per i continui colpi contro l’istituzione da parte dello Stato stesso, un paradosso, ovvero di quella istituzione di cui la scuola sarebbe il primo baluardo, la trincea sulla linea del fuoco. Quello che fa sorridere amaramente, molto amaramente, è leggere gli articoli sulla scia delle denunce di Tullio De Mauro scritti in un italiano approssimativo, sciatto, denso non di senso e significati, come quello sciasciano, bensì di errori, di refusi, di espressioni d’uso comune ma che cozzano inevitabilmente contro quell’italiano che si cerca di difendere, denunciandone la fondamentale assenza dal patrimonio culturale medio.
Nessuno si stupì quando negli anni ’90 un magistrato italiano mise sotto accusa l’intera classe politica italiana parlando un italiano approssimativo, era già accettabile che un magistrato, la cui azione è fondata in primo luogo sull’uso corretto, burocratico quanto si vuole ma esatto, della lingua italiana. Una parola per la legge può fare la differenza tra una vita vissuta in libertà e una trascorsa nelle patrie galere. Che un magistrato non sappia l’italiano è più che grave, è evidenza se non di reato quantomeno di inesattezza procedurale nella distribuzione di titoli accademici e professionali. Come ha fatto quella persona a diplomarsi, a laurearsi, specializzarsi, superare i concorsi in magistratura con una conoscenza approssimativa della lingua italiana è questione di non poco conto eppure fu completamente ignorata, totalmente passata sotto silenzio. Nessun giornalista, molti tra i quali con conoscenze linguistiche uguali se non inferiori a quelle del magistrato si pose il problema, né tantomeno si chiese come mai quello stesso magistrato entrò immediatamente dopo in politica e divenne il maggior oppositore dell’astro nascente della nuova classe dirigente che nel frattempo aveva mutato nome e poco altro. Politicamente parlando nessuno si è accorto di un altro cambiamento e svilimento del linguaggio, quello attuato da un nuovo partito che rifiuta di farsi chiamare col nome che la Costituzione impone a chi decide di presentarsi alle elezioni, reiterando pratiche e modalità di un secolo fa, fino ad introdurre nella comunicazione nazionale di massa verbi considerati giustamente tabù o quantomeno inappropriati e di violenza inaccettabile quali ‘umiliare’, ‘zittire’.
È giusto che i docenti universitari denuncino l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in modo corretto quando invece di occuparsi del contenuto e della necessaria capacità linguistica per esprimere concetti di maggiore approfondimento culturale debbono correggere gli errori di ortografia nelle tesi. Si potrebbe malignamente pensare che questo sia un atteggiamento ‘pilatesco’: se i laureati sono al di sotto degli standard minimi europei non è colpa di università organizzate in modo assurdo che rende inattaccabile il sistema di baronie politiche e intellettuali che da secoli infiltra il mondo accademico, bensì della scarsa preparazione di base degli studenti, colpa della scuola, del governo. In fondo basterebbe inserire quale prerequisito per l’ingresso nelle facoltà italiane la conoscenza della lingua, nient’altro che quello. Poi uno sbarramento al secondo anno in cui venga controllato il rendimento scolastico, numero di esami, partecipazione alle attività extra, votazione media, senza ridurre gli esami, come è stato criminalmente fatto, a pezzettini di esami, lezioncine, moduli e trasformare l’università in un esamificio in cui ricercatori e dottorandi anziché dedicarsi alla ricerca, come sarebbe ovvio, debbono trascorrere ore e ore a correggere tesine, a sopportare esami che tanto fanno pensare alle interrogazioni del liceo, deresponsabilizzando ancor di più, tante volte ce ne fosse stato bisogno, generazioni di giovani studenti e impedendo di fatto l’accesso all’istruzione superiore agli studenti lavoratori, non sempre ma spesso molto motivati.
La lettera di protesta, sacrosanto grido di docenti e accademici fa un po’ pensare agli insegnanti delle medie che dicevano che non era possibile cavar niente da quelle zucche vuote, visto che i maestri li avevano mal preparati alle medie, e a quelli del liceo che dicevano che non si poteva cavar niente da quelle zucche vuote, visto che i professori delle medie li avevano mal preparati. Va bene che la scuola, e purtroppo da qualche anno anche l’università, in Italia è una beffa oltre che un danno a discapito di studenti, insegnanti e familiari e che andrebbe riformata in modo serio evitando di distruggere bensì stimolando le eccellenze ma la scuola di cui scriveva Sciascia era decisamente peggiore di quella attuale e ha prodotto scrittori di inarrivabile levatura intellettuale. Forse l’analfabetismo non è soltanto un problema scolastico ma sistematico, è un problema che ha a che fare con la società e la scientemente costruita desertificazione culturale in cui si trova in questo momento il Paese di Michelangelo, Raffaello, Dante, Manzoni, Boccaccio, Bramante, Leonardo da Vinci.
Questa ricetta è ispirata alla semplicità e alla bellezza della propria cultura.

Ananas fresco
Arance
Mele
Olio extravergine di oliva
Parmigiano reggiano della Latteria sociale di Beduzzo Inferiore
Gomasio integrale
Semi di zucca
Mandorle
A piacere aceto balsamico di Modena dell’Aceteria Pedroni oppure Fruttaceto al melograno

Sbucciare la frutta e tagliarla in pezzi non troppo grandi e neanche troppo piccoli, porre in una insalatiera, aggiungere i semi di zucca, il gomasio, le mandorle affettate, eventualmente anche tostate in padella per qualche istante, l’olio e i petali di parmigiano. Se piace, aggiungere aceto balsamico di Modena oppure fruttaceto toscano. 

domenica 5 febbraio 2017

Minestrina leggera

Minestrina leggera

È ormai assodato che una buona colazione e spuntini durante il giorno aiutano ad elaborare meglio gli elementi nutritivi necessari all’organismo. In base alle esigenze personali e professionali è poi possibile decidere quale possa essere il pasto più sostanzioso della giornata, chi svolge lavoro d’ufficio e necessita di concentrazione intellettuale costante prediligerà una colazione completa, spuntini durante la giornata, un pranzo leggero per non appesantirsi durante le prime ore del pomeriggio, una bella merenda e una cena più ricca; chi svolge lavori artigianali o che richiedono notevole sforzo fisico avrà necessità di una colazione adatta al risveglio, qualche spuntino e di nutrirsi abbondantemente durante il pranzo, con il decisivo apporto di carboidrati e proteine, mentre a cena, dopo una buona merenda, avrà il piacere di consumare un pasto più leggero. Nel seguire le diete è perciò molto importante capire le proprie esigenze reali ed effettive e non auto-imporsi regimi alimentari non adatti alle proprie necessità.
Questa ricetta è adatta ad un pasto leggero.

Ditalini rigati all’uovo o quadrucci
Carote
Patate
Indivia belga witlof
Sale integrale
Bacche di ginepro
Curry mild
Acqua
Menta fresca o secca
Timo citronella
Salvia
Parmigiano Reggiano della Latteria Sociale di Beduzzo Inferiore

Sbucciare e lavare le carote e le patate, lavare la witlof, tagliare gli ortaggi in pezzi non troppo piccoli, metterli in abbondante acqua, aggiungere il ginepro, il curry e salare. Quando carote e patate saranno cotte, passarle col passaverdure, quindi aggiustare di sale e aggiungere le erbe aromatiche, far arrivare a bollore, aggiungere la pasta, far cuocere, quindi aggiungere nel piatto il parmigiano grattugiato e, se piace, in petali.


sabato 4 febbraio 2017

Zuppa di ceci col pomodoro

Zuppa di ceci col pomodoro

Se persone appassionate di danza contemporanea, guardando il cartellone di un importante e costoso festival romano, preferiscono andare al cinema a vedere un film farsesco piuttosto che partecipare alla prima giornata festivaliera c’è qualcosa che non quadra nella programmazione di suddetta kermesse, ma soprattutto c’è una precisa volontà politica, essendo il luogo di svolgimento della manifestazione a dir poco lottizzato da partiti e partitelli, di evitare la partecipazione del pubblico a quella meravigliosa magia che si crea ogni qual volta si entra in un teatro, a maggior ragione per uno spettacolo di arte coreutica. La danza, in particolar modo contemporanea ma anche il balletto nella sua attuazione del momento presente, è la più esatta forma espressiva della contemporaneità, del vivere nell’istante esatto in cui si agisce nello spazio e nelle società dell’oggi. Coreografi e danzatori, scenografi, costumisti e musicisti, tecnici di palcoscenico sanno cogliere ed esprimere le più sottili variazioni nell’espressione mediata, trasmessa, dai corpi, quella per cui l’istinto naturale si incontra con le esigenze e le necessità della società nel momento stesso in cui ciò avviene, ovviamente nel movimento presente. Vi sono certamente coreografie che rimangono eternamente, o quasi, nella memoria corporea, non al livello delle parole, ad esempio di una commedia greca, ma ogni qual volta che vengono messe in scena è letteralmente impossibile riprodurne l’esattezza di movimento per il semplice motivo che gli antichi greci agivano nello spazio in modo differente rispetto agli antichi romani, ai rinascimentali, ai risorgimentali, alle persone del secondo decennio del XXI secolo. Si parla, si cammina, si gesticola, si agisce lo spazio e il tempo in modo diverso e il corpo, più che le parole esprimono in modo evidente queste differenze. Una coreografia degli anni ’60 del ‘900 risulta obsoleta nel movimento rispetto ad un libro scritto nei medesimi anni, a guardarla sembra quasi che il linguaggio corporeo manchi di qualche lettera, di qualche modalità espressiva, che ovviamente è il risultato di anni di mutamenti sociali, comportamentali, mediatici, antropologici e delle tecnologie, non tanto quelle elettriche bensì quelle che afferiscono alle tecniche di movimento. Negli anni ’60 si cominciava a pensare che il baricentro corporeo potesse essere anche nelle periferie del corpo, dopo la rivoluzione che lo aveva visto spostarsi dal torso al bacino, e quella successiva che lo addirittura spostato verso l’altro da sé, il pavimento, il compagno; oggi il baricentro corporeo semplicemente non è oggetto di discussione, non vi si fondano teorie e tantomeno tecniche, è ovvio che il baricentro sia ‘spostabile’ in base alle necessità coreografiche.
Quando la danza sembra obsoleta vuol dire che qualcosa di profondamente sbagliato sta avvenendo nella cultura contemporanea: non vi è interazione tra pubblico, sistema di distribuzione, e produttori di danza. C’è una distanza che non può e non deve esserci, c’è un enorme problema comunicativo, ma se c’è tra pubblico e danza è come dire che gli esseri umani sono completamente androizzati e robotizzati, cosa che non è.
Questa ricetta è ispirata alla fisicità del gusto e alla meraviglia di corpi in movimento su un palcoscenico, con la speranza che il ‘sistema danza’ riesca a ritornare in sé e riprendere la sua funzione di espressione del tempo e dello spazio presente.

Ceci
Acqua
Rosmarino
Pomodoro dell’orto, anche conservato in barattolo, a pezzettoni
Aglio, se piace
Sale integrale
Olio extravergine di oliva
Sagnette spezzettate (uova e farina, sfoglia piuttosto spessa) oppure maltagliati di acqua e farina o gnocchetti di farro (acqua e farina di farro)


Lessare i ceci in abbondante acqua con il rosmarino e, se piace, il timo, dopo averli fatti rinvenire per una notte in abbondante acqua. Preparare la pasta, se sagnette impastando uova e farina, tirando la sfoglia piuttosto spessa, facendola a fettuccine e quindi spezzandola con le mani una volta asciugata; se maltagliati impastando acqua e farina stendendo la sfoglia non sottile oppure acquistando quelli in commercio; gli gnocchetti di farro vanno preparati immediatamente prima di metterli in pentola impastando acqua e farina di farro, quindi facendo un budellino di circa mezzo centimetro di diametro e vanno tagliati più o meno come gli struffoli. Scaldare appena appena l’olio, se piace con l’aglio altrimenti soltanto col rosmarino, aggiungere il pomodoro, dell’orto tagliato oppure estratto dal barattolo, rigorosamente artigianale perché altrimenti cambia il sapore, salare. Quando il pomodoro comincia ad ammorbidirsi senza fare poltiglia, aggiungere i ceci, in gran parte interi e in piccola parte passati col passaverdure, e un po’ di acqua di cottura così da creare un composto morbido, non fermo ma non acquoso, da zuppa, aggiustare di sale. Se si opta per gli gnocchetti mettere un po’ più di acqua e cuocerli direttamente nella pentola, altrimenti far bollire le altre paste a parte in acqua salata, quindi scolarle uno o due minuti prima della cottura e finire di cuocere in pentola.  

venerdì 3 febbraio 2017

Ceci e baccalà

Ceci e baccalà

Qualche anno fa vi fu una dura polemica su una promozione del giudice Paolo Borsellino, poi barbaramente ucciso pare dalla mafia. La polemica non si incentrò sulla figura del magistrato, la cui onestà era evidente anche a chi non voleva vedere, bensì sulle modalità di nomina e fu innescata da Leonardo Sciascia. Ora, pensare che uno scrittore dell’onestà intellettuale e dell’intelligenza di Sciascia potesse aver accusato genericamente i ‘professionisti dell’anti-mafia’ infilando nel mucchio Falcone e Borsellino sembra una nota stonata, una stecca, qualcosa che stride con le sue continue e più che lungimiranti denunce. Il fondatore del giornale la Repubblica, Eugenio Scalfari, ovviamente prese la palla al balzo per cercare di gettare discredito sullo scrittore siciliano che aveva addirittura avuto l’imprudenza e l’impudenza di dare ascolto a Marco Pannella, uomo politico di grande levatura morale e intellettuale che amava ripetere ‘P2, P38, PScalfari’, slogan che presumibilmente non lusingava più di tanto il fondatore di quello che in pochissimi anni è divenuto uno tra i più importanti e potenti giornali italiani. Sciascia non ebbe bisogno di protezioni politiche per rispondere e ovviamente lo fece con la sua più che temibile spada, la penna, o se si preferisce la macchina da scrivere, che utilizzava con una maestria a dir poco geniale e degna della migliore tradizione letteraria italiana, che include Dante e Manzoni e certamente non qualche direttore di giornale in cerca di gloria intellettuale e letteraria che ovviamente i posteri non gli tributeranno se non in quanto, appunto, fondatore di un giornale. Sciascia rispose, ma prima ancora disse, espresse un dubbio di natura formale da grandissimo conoscitore della legge, di meccanismi contorti, dello Stato, che lui scriveva con la minuscola, ‘stato’ e giustamente mai ‘Stato’, e dell’umana natura. Egli scrisse che Borsellino era stato promosso in modo poco rispettoso della consuetudine al punto che l’organismo preposto a tali affari ebbe la necessità di giustificare per iscritto tale meccanismo che violava l’ortodossia. Attenzione, disse il Grillo Parlante siciliano, questo è fatto molto grave, bisogna fare in modo che la regola, in cose tanto delicate, sia palese, non lasci adito a dubbi e interpretazioni personalistiche. Aveva capito, ovviamente, che quella promozione di Borsellino era il preludio alla non promozione di Falcone e della creazione di una sorta di meccanismo al di sopra di ogni sospetto e al di fuori di qualunque forma democratica che era il cosiddetto pool antimafia. Chissà perché in Italia quando qualcosa non si vuole definire in modo netto, chiaro, trasparente viene celato dietro una parola straniera, ‘pool’. E questa volontà di celare, di opacizzare Sciascia l’aveva capita da prima ancora che si cominciasse ad utilizzare la parola straniera. Non soltanto ma aveva denunciato a chiare lettere che, una volta tolti i veri giudici antimafia, l’azione di tale organismo sarebbe stata inglobata nelle consuetudinarie relazioni tra Stato e mafia, senza dirlo in modo troppo esplicito, ma aprendo uno spiraglio e prevedendo quello che oggi è più che evidente, se si hanno occhi che vogliono vedere e non un’ottima vista con scarsa volontà di visione. Egli disse che le procedure sono importanti e preconizzò che l’antimafia sarebbe miseramente fallito se non vi fosse stata l’intenzione della trasparenza perché la mancanza di meccanismi limpidi porta all’immunità, all’intoccabilità e dunque alla mancanza di qualunque forma di controllo democratico. Cosa che è puntualmente avvenuta. Con la morte di Falcone e Borsellino il pool si è disgregato, la lotta si è placata e i professionisti dell’antimafia hanno trovato terreno di coltura presso una fittissima rete internazionale di enti ed organizzazioni create per combattere le mafie, ma di Falcone e Borsellino c’è rimasta la memoria, il ricordo e qualche fondamentale indagine che però si è poi scontrata contro il muro di gomma del secolare rapporto tra politica, religioni e mafie ampiamente denunciato da Sciascia. Lo scrittore siciliano aveva semplicemente svolto la sua funzione di Grillo Parlante, ad essere schiacciati sono stati i magistrati e le forze dell’ordine che combattono e che agiscono concretamente, giorno per giorno per combattere l’illegalità nel nostro BelPaese e lui, ovviamente, s’è beccato il marchio infamante dell’attacco all’antimafia e ai suoi martiri, gli anatemi lanciati da chi ha sempre negato l’esistenza della mafia finché è divenuto di moda, elemento necessario alla credibilità, affermarne la presenza anche nei gangli vitali dello stato, o dello Stato che scriver si voglia.
Questa ricetta, semplice di sapore e laboriosa nella preparazione, e tradizionalmente cucinata di venerdì nella provincia di Roma, è ispirata alla apparente semplicità, alla densità delle parole di Leonardo Sciascia, che richiedono una profonda, netta e limpida onestà intellettuale per essere appieno comprese e amate.

Ceci
Acqua
Rosmarino
Timo citronella
Sale integrale
Olio extravergine di oliva
Baccalà
A piacimento aglio e peperoncino


Dissalare bene il baccalà o comprarne di già dissalato o farsene dare un pezzo dalla Suocera o da chi lo abbia dissalato per bene. Lessare i ceci in abbondante acqua con rosmarino e timo citronella, dopo averli fatti rinvenire per una notte in abbondante acqua tiepida per almeno il doppio o il triplo del loro volume. In una padella far scaldare l’olio, aggiungervi il baccalà eventualmente spellato, quindi aglio e peperoncino se piace, dopo poco anche i ceci lessati e lievemente salati e un rametto di rosmarino fresco. Far cuocere a fuoco medio-alto. 

giovedì 2 febbraio 2017

Polpette di manzo e lonzino con sugo e fagioli

Polpette di manzo e lonzino con sugo e fagioli

Nella storia della letteratura universale esistono i geni e i grandi scrittori. Non sempre le due categorie coincidono, talvolta un genio può non essere un grande scrittore e un grande scrittore può essere tutto fuorché un genio. I rarissimi casi in cui questi due attributi si uniscono a creare meraviglia sono un piacere di assoluta purezza per i lettori e per i liberi pensatori di qualunque epoca e luogo. Comprendere la genialità espressa in una lingua perfetta, essenziale, densa è un godimento oggettivo della capacità umana di produrre qualcosa che tende alla perfezione, potrebbe essere forse perfettibile ma è sublime nella sua tendenza verso quell’assoluto. Una sensazione che si ha spesso ammirando le sculture di Michelangelo, coi corpi così asimmetrici, scomposti e sgraziati nella loro universale bellezza, o i quadri di Leonardo, che affermava di non saper dipingere tanto bene. Oppure leggendo Manzoni, Orazio, Sciascia.
Questa ricetta è ispirata alla meraviglia che l’umanità, nel suo complesso, nella sua storia, riesce a creare, a produrre, a ciò che rimane indelebilmente nella memoria dell’umanità stessa, al contrario di guerre e orrori, dimenticate dopo relativamente pochi anni.

Borlotti
Acqua
Semi di finocchio
Ginepro
Salvia
Timo
Pomodori dell’orto, anche in barattolo
Origano siciliano
Peperoncino
Manzo macinato al momento dal macellaio di fiducia
Lonzino
Pane raffermo
Latte intero
Salvia fresca
Pangrattato fatto in casa, possibilmente dai Suoceri
Sale integrale
Olio extravergine di oliva per la teglia
Burro della Latteria Sociale di Beduzzo Inferiore
Zucchero


Omogeneizzare la carne trita nel mixer, indi mescolarla con il pane ammorbidito nel latte e tritato nel mixer da cucina, triturare nel mixer anche qualche fetta di lonzino per insaporire, unire al composto e salare poco. Creare delle palline di circa 1,5 cm o 2 cm di diametro con le mani perfettamente pulite o con i guanti monouso perfettamente puliti, passarle nel pangrattato, ungere la teglia con l’olio, porvi le polpettine, quindi guarnire con fiocchi di burro, e foglioline di salvia lavate. Infornare in forno ben caldo a 190°C o 210°C per il tempo necessario alla cottura. Lessare i fagioli in abbondante acqua salata con semi di finocchio, ginepro, salvia, timo, dopo averli fatti rinvenire a bagno per una notte intera. Preparare un sugo leggero e veloce con olio, pomodoro, sale, un pizzico di zucchero, origano, peperoncino, aggiungervi dunque i fagioli con un po’ di acqua di cottura, dunque aggiungere le polpette cotte in forno. E far ammorbidire e insaporire il giusto a fuoco medio basso. 

mercoledì 1 febbraio 2017

Polpette di manzo e lonzino al forno

Polpette di manzo e lonzino al forno

In politica, la differenza tra un Paese forte e un Paese debole si legge anche nelle reazioni più o meno violente che ha quella determinata nazione di fronte a tragedie, quali possono essere causate da un violento sisma, o attacchi terroristici. Una nazione forte di fronte ad una tragedia reagisce con concretezza, preoccupandosi in primis della cittadinanza, di mettere al sicuro la popolazione e i propri mezzi di sostentamento, si unisce intorno a chi è colpito dalla tragedia e lo Stato dimostra la propria forza risolvendo i problemi concretamente, senza dar spago alla corruzione, o comunque facendo in modo che essa non si interponga tra lo Stato e la sicurezza della cittadinanza. In casi di terrorismo una nazione forte, solida, stabile si vede nella capacità di reagire affermando i principi di libertà, coesione, unione, pace, rispondendo alla violenza con fermezza e con ancor maggior fermezza facendo in modo che la leadership venga affermata tramite la capacità di far ragionare, di unire, di creare coesione sociale e non divisioni, di non sfilacciare la libertà faticosamente e quotidianamente costruita.
Questa ricetta è ispirata a chi è convinto che la pace sia una possibilità concreta di vivere civilmente e che, così facendo, dimostra al mondo intero di essere forte, invincibile.

Manzo macinato al momento dal macellaio di fiducia
Lonzino
Pane raffermo
Latte intero
Salvia fresca
Pangrattato fatto in casa, possibilmente dai Suoceri
Sale integrale
Olio extravergine di oliva per la teglia
Burro della Latteria Sociale di Beduzzo Inferiore


Omogeneizzare la carne trita nel mixer, indi mescolarla con il pane ammorbidito nel latte e tritato nel mixer da cucina, triturare nel mixer anche qualche fetta di lonzino per insaporire, unire al composto e salare poco. Creare delle palline di circa 1,5 cm o 2 cm di diametro con le mani perfettamente pulite o con i guanti monouso perfettamente puliti, passarle nel pangrattato, ungere la teglia con l’olio, porvi le polpettine, quindi guarnire con fiocchi di burro, e foglioline di salvia lavate. Infornare in forno ben caldo a 190°C o 210°C per il tempo necessario alla cottura.