martedì 7 marzo 2017

Scrippelle con patate, rosmarino e stracchino

Scrippelle con patate, rosmarino e stracchino

Il femminismo è una questione di libertà e anche nei Paesi più libertari permangono molti dubbi sulla effettiva implementazione della parità di diritti tra uomini, donne e altri generi. Se è quasi modaiolo dichiararsi a favore dei diritti LGBT2 è ancora un tabù dichiararsi femminista. Chi lo fa è guardato con sospetto e si presuppone che abbia atteggiamenti facinorosi, eccessivi, quali la negazione della sessualità durante l’8 marzo per ‘sciopero’ o l’esclusione sistematica degli uomini da taluni circoli. Il Primo Ministro canadese Justin Trudeau anche in questo è un’eccezione particolarmente importante nella storia dei diritti civili: egli si dichiara femminista e afferma senza ombra di dubbio che non essere femministi equivale a non essere libertari quindi non c’è da spaventarsi della parola ‘femminismo’, anzi è ora che cominci ad essere utilizzata senza remore per arrivare al punto in cui non ci sarà più bisogno di ricorrere a tale sostantivo. Vigono ovviamente delle differenze tra uomini e donne e vi sono momenti in cui la presenza di sole donne è più adatta ad esperire serenamente e con delicatezza alcune fasi della propria vita che spesso hanno a che fare con i cambiamenti del corpo, con qualcosa che si considera ‘intimo’, però escludere gli uomini dalle discussioni sulle lotte femministe da intraprendere, affermare a mo’ di scontro le differenze di genere è forse il modo più ovvio per dare giustificazione a chi vorrebbe un’eguaglianza differenziata, dunque una diseguaglianza di fondo. Le differenze tra uomini e donne sono palesi, soprattutto in alcuni momenti, ma queste differenze sono un arricchimento, livellarle sarebbe controproducente e non porterebbe alcun beneficio alle conquiste di libertà necessarie a creare società libertarie e aperte.
Questa ricetta è ispirata all’importanza del femminismo femminile e maschile, senza maschilistiche esclusioni di genere.

Uova
Farina
Latte
Acqua
Patate
Olio extravergine di oliva
Sale di rocca
Rosmarino fresco
Stracchino
Besciamella leggera (farina, burro della Latteria sociale di Beduzzo inferiore, latte) oppure panna di mandorle


Sbucciare le patate, lavarle, tagliarle a tocchetti, salarle. In una padella far scaldare l’olio con il rosmarino, aggiungervi le patate e far cuocere. Preparare le scrippelle mescolando uova, farina, latte e acqua in modo da ottenere una pastella piuttosto morbida ma non liquida e di un colore abbastanza chiaro ma non troppo. Oliare con un tovagliolo o della carta assorbente una padella, farla scaldare bene a fuoco medio non vivace, versarvi il composto e muoverlo fino ad ottenere una forma circolare, quando si stacca senza problemi, girare la scrippella, ripetere per le altre scrippelle. Mescolare le patate e lo stracchino, riempire le scrippelle nel mezzo e richiuderle a formare un mezzo cerchio, porle in una pirofila oliata. Versare sulle scrippelle la besciamella morbida oppure la panna di mandorle. Infornare in forno ben caldo al 180°C o 200°C per il tempo necessario alla cottura, circa una ventina di minuti. 

lunedì 6 marzo 2017

Frittata con riso basmati al sugo e parmigiano

Frittata con riso basmati al sugo e parmigiano

L’Italia è un piccolo straordinario Paese dove la cultura è parte integrante del tessuto urbano e della storia patria. Praticamente tutte le correnti pittoriche e architettoniche del cosiddetto Occidente sono nate tra i frastagliati confini italiani o entro essi si sono trasformate fino a diventare arte di valore universale, moltissime scoperte scientifiche e tecnologiche che hanno radicalmente cambiato le società nelle varie epoche sono anch’esse state elaborate in questo tutto sommato piccolo lembo di terra. Per non parlare della musica, della danza, del teatro e di quella che in tutto il Pianeta ha un nome italiano: l’opera. Italiani Popolo di artisti, santi e navigatori? In certo senso sì, anche se la questione, come al solito tra le Alpi e il Mediterraneo, è ben più complessa e articolata, qualcosa che ha a che fare con l’esercizio e la pratica costante delle differenze e del buon gusto, sorta di innata attitudine a creare bellezza che sembra caratterizzare il BelPaese. Qualunque paesino ha le sue meraviglie più o meno nascoste, qualcosa che in qualunque altro posto sarebbe celebrato quale meraviglia dell’antichità e che in Italia è uno tra i tanti capolavori, talvolta addirittura lasciati all’incuria generale, con l’indifferenza di chi ha tutto e tralascia ciò che per chiunque altro sarebbe un tesoro inestimabile. Questo atteggiamento di incapacità ad apprezzare le italiche bellezze è particolarmente evidente quando ci si avvicina all’Opera. Premettendo che la stragrande maggioranza dei libretti lirici sono composti in italiano, può creare difficoltà rendersi conto che gli italiani non conoscono l’opera, quella stessa forma d’arte che ha animato i moti rivoluzionari, irredentisti e unitari.
Questa ricetta è ispirata alla bellezza della scoperta di tesori e meraviglie italiane.

Sugo al basilico preparato dall’estate con i pomodori dell’orto (pomodori, olio extravergine di oliva, sale integrale, un pizzico di zucchero, cipolla, origano siciliano, basilico fresco)
Riso basmati
Acqua
Sale di rocca
Uova
Parmigiano reggiano della Latteria sociale di Beduzzo inferiore

Lessare il riso in acqua salata, scolarlo e passarlo sotto l’acqua fresca. Condirlo con il sugo caldo e il parmigiano grattugiato e a tocchetti, mescolare bene e far assorbire il sugo. Sbattere le uova, salarle il giusto, unirle al riso intiepidito, scaldare l’olio in una padella, porvi il composto, quindi girare quando necessario. Servire con petali di parmigiano. 

domenica 5 marzo 2017

Zuppa con fagioli borlotti e neri

Zuppa con fagioli borlotti e neri

Si fa un gran parlare di questione immigrazione, difficoltà di integrazione e guerre sante, muri da erigere e politiche dell’odio. Tranne ovviamente in Canada, dove il Primo Ministro Justin Trudeau ha risposto alla minaccia del terrorismo affermando che il problema era mettere in salvo i profughi. Molti hanno risposto che certamente il Canada non deve fronteggiare le difficoltà di Spagna, Italia, Grecia per quanto concerne l’arrivo di barconi della speranza carichi di vite umane con storie di violenza, fame e guerra sulle spalle. Ciò è incredibilmente vero e l’immigrazione clandestina è un problema di difficile soluzione che, per il fatto stesso di essere clandestina, si intreccia per ovvi motivi alle società clandestine o quantomeno che agiscono al di fuori della legge dello Stato, le mafie, che hanno confini ben definiti per quanto concerne il controllo di territori ma che spesso sanno comunicare in modo più efficace e veloce, o comunque segreto, di quanto riescano a fare gli eserciti organizzati. L’idea dell’accoglienza a braccia aperte andando in aeroporto a dare il benvenuto ai disperati che ogni giorno affrontano perigliosissimi viaggi della speranza è evidentemente poco praticabile nell’Europa del Sud pertanto si lascia che il problema, la questione, venga risolta in quella zona ambigua tra legalità e illegalità per poi strillare anatemi contro l’invasione musulmana in Europa.
L’antico grido ‘Mamma li Turchi’ è un grande classico in continuo rispolvero, a prescindere che tra le orde di disperati e ovviamente anche di delinquenti vi sia un buon numero di cristiani. La questione dalle coste si sposta dunque verso le città, i paesi e nelle case. In Italia non più di trent’anni fa era alquanto difficile vedere in un paese di provincia persone con i tratti somatici e il colore della pelle differente da quello italiano, sembrava quasi impensabile che qualcuno decidesse di venire in un posto da cui la popolazione andava via in cerca di fortuna, per la disperazione e per combattere la disoccupazione. Poi qualcosa è cambiato e hanno cominciato a riversarsi sulle coste migliaia e migliaia di persone, prima dall’Albania, in realtà prima erano arrivati dalla Polonia ma non ci si era badato più di tanto, poi dalla Romania, e oggi le persone di origine rumena sono forse tra le più integrate e sono diventate in qualche modo parte integrante del tessuto sociale, quindi dall’Africa e dal resto del pianeta. Da landa di emigranti a luogo di immigrazione il passo è stato più che breve, veloce e all’iniziale sgomento misto quasi a curiosità è iniziata la guerra tra poveri e la diffidenza. Lo Stato non ha dato risposte immediate e ha lasciato che la zona di ambiguità inghiottisse la questione fino a buttarla fuori nella sua enorme violenza di differenza tra ‘noi’ e ‘loro’. Alla naturale e culturalmente assodata accoglienza tipicamente mediterranea si è abbinata le altrettante naturali inclinazioni del ‘chi sei’ e ‘di chi sei figlio?’ che chiunque abbia mai vissuto in un paese della provincia italiana ben conosce. L’Italia, e gran parte dell’Europa, si è chiusa a riccio, ha innalzato il muro della diffidenza e ha affermato il principio della differenza, condendolo con retaggi atavici di paura nei confronti dei ‘Mori’, i musulmani, che sono diventati i nuovi cattivi dopo la caduta del Muro di Berlino. Una città, dopo il 1989, costituiva per una eccezione troppo evidente, quasi fastidiosa per la trasformazione del ‘nemico’ dalla minaccia sovietica a quella musulmana, una città a Nord di Atene e di fronte alle coste italiane, Sarajevo. Nella capitale della Bosnia Erzegovina, allora una regione della Jugoslavia, chiese cattoliche, ortodosse, sinagoghe e moschee erano parte integrante del tessuto sociale, era normale e ovvio che vi fossero famiglie ‘miste’, che la laicizzazione fosse stata un processo vissuto da tutte le persone credenti in qualche religione più o meno nelle stesse modalità e negli stessi tempi. A Sarajevo era, ed è ancor oggi anche se con qualche differenza, normale che un’ebrea, una musulmana, una cattolica, un’ortodossa e un’atea sedessero in un caffè coi capelli nella foggia che meglio aggradava la moda del momento, i tacchi, la minigonna a chiacchierare e ridere di uomini e della vita, sorseggiando un bicchiere di vino cotto, dopo essere state a teatro o al cinema. Un’immagine che certamente cozzava contro l’idea di musulmano cattivo, di donne sottomesse da salvare, di terroristi che vorrebbero far tornare il mondo intero al Medioevo. Casualmente un dittatore della periferia di quello che taluni amano chiamare l’Impero riuscì a raggiungere senza troppi problemi il potere, ad agguantarlo e tenerlo stretto utilizzano la feccia della feccia della società, dando libero sfogo alle follie distruttrici di un despota con il culto di sé che parlava di pulizia etnica. L’Europa lo lasciò agire, tenne Sarajevo sotto assedio per quattro lunghissimi anni, distrusse il tessuto sociale della Jugoslavia, distrusse la memoria di quell’immagine che tanto impressionava, poco importava se i cattivi erano i cattolici e gli ortodossi, c’era una guerra di religione, la prima nel Vecchio Continente dopo tanti anni, messa in atto con le modalità delle dittature novecentesche ma questo poco importava. Israele capì subito e lasciò che sul suo piccolo territorio trovassero rifugio quei musulmani, l’Italia lasciò le porte aperte, pro forma perché tanto c’era il ‘tappo’ della Slovenia che aveva sconfitto l’esercito del male in pochi giorni ricreando il muro tra Est e Ovest. Dopo la lunga e devastante guerra fratricida, l’odio si placò, Sarajevo trovò parzialmente la forza di ricostruire quel tessuto, quella rete fatta di fiducia e diffidenza, come un merletto sottile e forte. Molti punti si erano allentati, taluni rotti, si cercò di porre rimedio, cominciarono a fluire denari dai Paesi arabi più oltranzisti e si cominciarono a vedere per le strade hijab e veli di cui non s’aveva conoscenza se non da illustrazioni da libri antichi, quelli conservati nella biblioteca messa a ferro e fuoco dalla follia dittatoriale. La povertà del dopoguerra e la reazione al terrore innescò in quel tessuto una minaccia fortissima, quella della divisione integralista, e l’immagine dell’allegra compagnia di donne cominciò a sbiadire lentamente. Sì, certo, la convivenza era possibile, veniva da pensare, i musulmani non sono tutti quanti prodotti crioconservati che fuoriescono da un Medioevo che contrasta con la civiltà occidentale però l’hijab cos’è? E il velo cos’altro è se non l’affermazione della negazione delle libertà individuali e collettive? Sarajevo continua ad essere una delle città più coese dal punto di vista delle differenze religiose che ci sia nel Vecchio Continente ma qualcosa, inevitabilmente si è incrinato. Guardando un qualunque ricettario italiano viene da pensare che il tempo sana ogni cosa e che probabilmente si arriverà alla coesione, al dialogo tra culture nel modo più semplice e intuitivo, tramite la reciproca conoscenza e il dialogo ma è più che evidente che i Paesi in cui vige pace sociale sono quelli che hanno implementato politiche atte a promuovere le differenze all’interno di un quadro di legalità e valori condivisi. È questo il caso del Canada che nel 1971 promulgò il Multiculturalism Act e che da allora ha implementato tale politica avanguardistica migliorando progressivamente il livello di libertà interna, rafforzando la rete diplomatica quasi sottovoce, senza clamore eppure in modo fortissimo.
L’Italia, dal canto suo, e l’Europa, nel suo complesso, dovrebbe ben conoscere la forza creata dalle differenze e avere il coraggio di agire in modo chiaro, netto, non seguendo bensì adattando il modello canadese alla straordinaria ricchezza culturale europea, quelle diversità che rendono assolutamente unico qualunque prodotto artigianale, agricolo europeo. Il Canada conosce le differenze dagli immigrati che compongono il suo tessuto sociale, l’Europa è storicamente creata da differenze talvolta talmente minute da richiedere una approfondita conoscenza per essere visibili e palesi, tanto da essere una delle più inesplorate forme di ricchezza europea.
Seppure il Vecchio Continente abbia una storia antica, è ben più recente l’incredibile esperimento dell’Unione europea, la più innovativa forma di unione tra Stati che sia mai stata messa in pratica nel Pianeta, ben diversa dalla federazione statunitense o da altre confederazioni. Nazioni tradizionalmente in guerra dalla notte dei tempi quali Francia e Germania, le cui battaglie possono essere datate a prima ancora che l’Impero Romano cominciasse le proprie mire espansionistiche, hanno unito le proprie forze per mettere in pratica un’utopia ideata negli anni di confino a Ventotene da condannati politici scevri da qualunque forma di ideologia del pensiero e ispirati dalle sacre parole di libertà di Giuseppe Mazzini, un nome che soltanto a pronunciarlo provoca brividi di ammirazione in chi ne conosce il pensiero o si è ad esso avvicinato. L’Unione europea è la sintesi di un’Epoca, la realizzazione delle libertà progressive eppure non c’è da sedersi e attendere che essa venga distrutta in nome della democrazia che ha senso fintanto che, afferma l’immenso pensatore italiano, esiste l’aristocrazia e la cui valenza si affievolisce verso la pratica dell’associazione per la pace dell’Umanità nel senso più profondo e autentico di repubblica. L’Europa è la più meravigliosa forma di unione delle differenze, la più solida creazione di politica delle differenze e in questo, come è capitato per la danza del XX secolo, un dialogo tra le due sponde dell’Atlantico non può che essere proficua pratica di libertà. Al contrario di quanto avvenuto per la danza, il dialogo non è, di tutta evidenza, tra gli Stati Uniti e l’Europa, bensì tra il Canada, Paese in questo momento tra i più libertari del mondo, e l’Europa nel suo complesso, nella sua interezza geografica, culturale e sociale.
Questa ricetta è ispirata alla progressività delle libertà.

Pomodoro passato
Erba cipollina fresca
Salvia fresca
Timo fresco
Rosmarino fresco
Olio extravergine di oliva
Sale di rocca
Uova e farina per le fettuccine spezzate
Acqua
Fagioli borlotti già precedentemente lessati e conservati in frigo o in freezer
Fagioli neri già precedentemente lessati e conservati in frigo o in freezer
Peperoncino


Preparare le fettuccine spesse impastando uova e farina, farle asciugare e spezzettarle. Porre in una pentola il pomodoro con l’acqua, così che risulti densamente liquido al punto giusto, quindi aggiungere tutte le erbe ben lavate, eventualmente ponendole in un diffondi-aroma, salare, aggiungere il peperoncino, i fagioli cotti al dente. Far cuocere fino a che si insaporisce bene con le erbette. Aggiungere le fettuccine spezzettate quando è ben insaporito e si è un po’ ristretto.

sabato 4 marzo 2017

Ritagli di vitellone in padella con funghi, salvia e prezzemolo

Ritagli di vitellone in padella con funghi, salvia e prezzemolo

L’inverno sta riversando gli ultimi refoli di freddo nella stagione calda, la primavera è annunciata nei parchi dalle insolite fioriture contemporanee di mimose, mandorli, peschi e addirittura albicocchi, l’aria invita a passeggiare e il sole mette di buon umore. In casa si possono tenere aperte le finestre più a lungo e tutto sembra più salubre, viene anche voglia di cominciare con le pulizie primaverili o pasquali, rinnovando angoli e anfratti, cambiando la disposizione di qualche oggetto o progettando cambiamenti.
Certo la voglia di trascorrere più tempo all’aria aperta ben si accosta alla cucina di piatti veloci, nutrienti ma molto più leggeri di quelli invernali.
Questa ricetta, veloce e gustosa, è ispirata al desiderio di attività en plein air.


Ritagli di fettine di vitellone preparate dal macellaio di fiducia
Farina
Sale di rocca
Salvia secca
Prezzemolo fresco
Olio extravergine di oliva
Funghi champignon


Lavare i funghi, tagliarli a spicchi non troppo grandi e metterli da parte. Infarinare la carne, salarla, far scaldare l’olio con la salvia in una padella, aggiungere la carne, girarla bene, quindi aggiungere i funghi leggermente salati e continuare a cuocere a fuoco vivace senza farli ammollare, aggiungere il prezzemolo quasi a fine cottura. 

venerdì 3 marzo 2017

Spremuta di arance e limoni

Spremuta di arance e limoni

In Sicilia si dice che le arance sono oro al mattino, argento a pranzo e piombo la sera. Come spesso accade, la saggezza popolare e l’esperienza concreta delle persone ha intuito e codificato regole di comportamento alimentare che sono poi state comprese e studiate molti secoli dopo. Da qualche tempo, infatti, la scienza della nutrizione ha scoperto che il nostro organismo digerisce meglio determinati cibi e assimila le proprietà nutritive in base al momento della giornata in cui vengono assunte. Non sempre la scienza può affermare ciò che è ovvio nell’esperienza perché per dichiarare che è certezza, ha bisogno di dimostrarne la verità, al di là di ogni dubbio scientifico. Un po’ come dovrebbe essere per la legge, e per il principio di eguaglianza che vede i cittadini innocenti fino a prova del contrario. In effetti, in base ad una tra le tante memorabilmente geniali frasi di Leonardo Sciascia, nel momento in cui in una società è necessario introdurre la legge si ammette il principio della propria colpevolezza, si accetta, in altre parole che siamo tutti colpevoli, concetto religiosamente dimostrato con l’introduzione dell’idea del peccato originale. Mazzini afferma qualcosa di simile, non andando a scavare nelle necessità sociali dell’essere umano di affermare una propria negazione nel momento in cui si pone in comunità con gli altri, bensì nella tendenza a far riaffiorare l’individualismo nella dottrina dei diritti che di fatto nega quella della associazione tra liberi ed eguali e pone la democrazia, la cui validità a suo dire decade nel momento stesso in cui decade l’aristocrazia, quale sintesi dell’Epoca moderna e contemporanea. La scienza ha spesso idealità di assolutismo eppure la recente, splendida, dimostrazione della teoria di Galileo sull’attrito dell’aria nella caduta dei corpi, ha esplicitato l’enormità dei propri limiti conoscitivi. Dopo quattrocento anni si è potuto dimostrare quanto affermato da Galileo e dopo un numero imprecisato di secoli si è scientificamente provato che le arance la sera potrebbero risultare un po’ pesanti e causare acidità di stomaco. Con questo, evidentemente, non si vuol togliere valore alla scienza e alla ricerca scientifica, bensì ridimensionarne il valore di verità assoluta, tanto simile a quella professata da religiosi di qualunque epoca e landa.
Questa ricetta è perfetta per depurarsi al mattino prima di colazione, anche se la scienza ci fa sapere che sarebbe meglio berla a pranzo, magari in abbinamento ad una fonte di proteine, quale la carne, il pesce o altri alimenti perché la vitamina C presente negli agrumi favorirebbe l’assimilazione di tali fondamentali elementi per la nostra alimentazione.

Arance siciliane fresche
Limoni freschi non trattati


Spremere due arance e un limone, bere prima di fare colazione, a digiuno oppure dopo aver sorbito un bicchiere di acqua non fredda. 

giovedì 2 marzo 2017

Patate con limone

Patate con limone

Quest’anno le fioriture sono esplose in un tripudio di colori e profumi tutte insieme. Il mandorlo inusualmente qualche giorno dopo la mimosa, i peschi e gli albicocchi, altrettanto inusualmente, insieme agli altri alberi. Il risultato per gli occhi e per l’olfatto è strabiliante, di una bellezza difficile da descrivere senza scivolare nella banalità. Una bella passeggiata in un parco o in una riserva naturale possono essere in questo momento una pura gioia per riprendere coscienza di sé e di quanto sia meraviglioso vivere sul Pianeta Terra.
Questa ricetta, leggera e delicata come una giornata di primavera che si intrufola nell’inverno ormai al tramonto, è ispirata alla bellezza delle insolite fioriture di questa stagione.

Patate
Acqua
Sale di rocca
Limoni non trattati
Olio extravergine di oliva


Sciacquare le patate e lessarle con tutta la buccia. Scolarle, farle intiepidire, sbucciarle e tagliarle a fette spesse circa 2 centimetri. Far scaldare leggermente l’olio con la buccia di limone ben lavata e grattugiata con l’apposito utensile, aggiungere le patate e salare non troppo, quindi servire con una lieve spruzzata di succo di limone, eventualmente aggiustando di sale. 

mercoledì 1 marzo 2017

Minestrone marzolino

Minestrone marzolino

Il Carnevale è appena finito e già si pensa a Pasqua e Pasquetta, alle decorazioni per la tavola, alla scelta del menù, all’opzione barbecue in giardino o scampagnata fuori porta, ai dolciumi che accompagneranno la fine della Quaresima nei Paesi a maggioranza cristiana e cattolica, a prescindere dal proprio credo e dalle proprie convinzioni. A prescindere dalla personale adesione a qualche religione o non adesione ad alcuna, è indubbio che qualche giorno di depurazione dell’organismo tra l’inverno e la primavera è un’abitudine, una consuetudine celebrata un po’ ovunque. Nella religione cattolica romana i quaranta giorni quaresimali dovrebbero essere un momento di purificazione del corpo e dello spirito, idea che ben si confà a molte esigenze, seppur con modalità differenti. Chi ha in animo di recitar preghiere per purificare l’anima dal peccato fa benissimo a farlo, chi crede diversamente può però prendere spunto e cercare di dedicare qualche momento della propria giornata al riequilibrio psico-fisico per meglio affrontare la stagione calda con alcuni momenti di concentrazione e meditazione. Purificare il corpo nel passaggio tra una stagione e l’altra è un’ottima abitudine da conservare nelle modalità che ad ognuno sono più consone. L’importanza della laicità dello Stato e del fondamentale ateismo che dovrebbe sottendere all’organizzazione dello stesso per garantire i diritti di eguaglianza e fratellanza mirabilmente, non troppo in verità quando si è inclusa la clausola sui Patti lateranensi, dalla Costituzione della Repubblica italiana. Garantire le libertà individuali e collettive all’interno di una Nazione è fondamentale, significa, in poche parole, garantire che gli abitanti che compongono quella meravigliosa associazione di persone che costituisce la patria siano cittadini e non sudditi, dunque vuol dire democrazia repubblicana, quello che l’Italia dovrebbe essere in teoria e in pratica. Laicità dello Stato non vuol dire negare i valori che compongono la cultura nazionale bensì avvalorarne il significato intrinseco e cambiare ciò che nega l’essenza della cittadinanza, dell’essere cittadini partecipi e liberi di una società libera, aperta, democratica e in continuo progresso verso il miglioramento delle condizioni sociali, economiche, spirituali. Uno tra i primi segnali che qualcosa non quadra in una democrazia è la scuola: un Popolo libero è formato da persone abituate alla libertà, la cui formazione ed educazione sono uno tra i più importanti pilastri per garantire equità e uguaglianza sociale e personale. Una persona nata in una famiglia non ricca o non istruita deve poter essere messa nelle condizioni, dallo Stato e dunque dalla collettività, di studiare, se dimostra di averne voglia e di migliorarsi in continuazione, foss’anche a 110 anni, se lo ritiene opportuno. Altro settore che generalmente esprime un disagio democratico è la sanità, logicamente una nazione in cui la salute dei propri componenti non è garantita non può essere una società che considera i cittadini su un piano di eguaglianza e dunque di attivi e partecipi elementi per il progresso della società. Sembrerà strano ma altre cartine al tornasole sono i trasporti, la cultura, l’inquinamento, la facilità di impresa ed intrapresa, i diritti sul lavoro, la trasparenza amministrativa, la libertà di stampa per citarne soltanto alcuni. I trasporti sono servizi pubblici, quindi qualcosa che deve risolvere la questione della mobilità nazionale, maggiore è l’attenzione nei confronti delle esigenze reali, concrete della popolazione maggiore è presumibilmente il livello di democrazia in un determinato Paese. La cultura è la prima forma di partecipazione civica e in Italia è stata spessissimo gestita dal clero, per fruire della bellezza, ha affermato in vario modo la Chiesa, è necessario entrare nelle chiese, per emozionarsi insieme agli altri in quella meravigliosa ritualità che comprende canti, luci, colori e sonorità melodiose bisogna entrare a far parte della comunità religiosa. Giustissimo dal punto di vista ecclesiastico, un po’ meno da quello statale che dovrebbe fornire gli strumenti per l’implementazione dell’idea di eguaglianza tra cittadini e dunque le possibilità per l’attiva partecipazione alla vita pubblica e sociale delle comunità e della nazione nel suo complesso. Intraprendere un’attività in base a ciò che si è appreso, alle proprie capacità e alle proprie inclinazioni, sia essa una bottega artigiana o un giornale, dovrebbe essere questione non troppo complicata e soprattutto non soffocata da leggi incomprensibili, se così è vuol dire che il Governo dello Stato non comprende le esigenze reali dello Stato pertanto viola il principio di democrazia negando il concetto stesso di cittadinanza in favore di un’idea arcaica di sudditanza: la democrazia e la repubblica non prevedono sudditi bensì cittadini. Si potrebbe continuare all’infinito nell’elenco delle negazioni ma è più che saggio il consiglio del Primo Ministro del Canada, Justin Trudeau, sulla necessità di trovare soluzioni e non soltanto evidenziare i problemi. È esattamente ciò che lo Stato sarebbe chiamato a fare, raddrizzare le storture della storia e fornire possibilità concrete ai cittadini, comprendere le esigenze reali e garantire sempre le basi stesse della democrazia e della repubblica. Facile a dirsi non così tanto a farsi, eppure si può cominciare con le piccole cose. Una tra queste è la scellerata abolizione del diritto di voto per le Province nella visione, presumibilmente alterata da allucinogeni, della semplificazione amministrativa attraverso il taglio della partecipazione diretta alla vita dello Stato da parte della popolazione. È evidente che attualmente vi è un vuoto amministrativo da colmare, molte associazioni culturali sui territori indicano da molto tempo delle strade da percorrere che in Italia non sono neanche troppo complicate da delineare e immaginare per unire Comuni sulla base di esigenze concrete che li accomunano. Il Lazio, ad esempio, ha delle linee ben precise di unioni municipali definite da millenni di storia e da esigenze comuni. I paesi vicini al mare hanno delle esigenze specifiche, quelli vicini alle montagne ne hanno altre. In quasi tutte le regioni italiane vi sono prodotti D.O.P. e I.G.P. che ben chiaramente definiscono, nei discliplinari europei, linee di confine e di unione che spesso travalicano le differenze amministrative tra provincia e provincia. È questo il caso di quasi tutti i comitati per la promozione di vini e oli, tanto per fare un esempio. Molte associazioni fanno di questa base culturalmente condivisa e di queste esigenze comuni un punto di forza per creare collegamenti e connessioni, andando evidentemente ad agire con maggiore libertà su quello che è il sentire comune, la percezione di ‘appartenenza’ ad un luogo, un’area che non necessariamente fanno parte della medesima provincia. La Sabina è forse la più chiara esemplificazione di tale forma di potenziale aggregazione, ma si potrebbe citare anche la Tuscia e moltissime altre, in quanto comprende un territorio rimasto sostanzialmente invariato da prima della fondazione di Roma che comprende Comuni compresi tra la provincia romana e quella reatina e che ha delle proprie suddivisioni culturali e geografiche interne ben precise. Non è forse un caso che la Diocesi Sabina abbia da secoli adottato tale distinzione. Se è giusto pensare che il territorio della provincia di una grande città quale è Roma non possa essere espressione di tali e tante esigenze, non è però impensabile che essa sia il luogo dell’unione tra territori e che sappia porsi quale assemblea per ascoltare e far fronte alle esigenze concrete di territori regionali e interregionali definiti su base culturale e su affinità concrete.
Ciò sarebbe possibile se lo Stato fosse effettivamente, decisamente laico e garante di concetti fondamentali quali democrazia, repubblica, cittadinanza e questo è uno tra gli innumerevoli motivi per cui dovrebbe esserlo.
Questa ricetta, ideale per purificare l’organismo, è ispirata alla semplicità con cui si possono unire le differenze per esaltarne l’essenza e creare un insieme armonioso.

Carote
Patate
Sedano
Broccolo siciliano
Funghi champignon
Cetrioli
Menta fresca o essiccata
Timo citronella fresco o essiccato
Salvia fresca o essiccata
Sale di rocca
Curry mild
Foglie di cipolla fresche o essiccate
Acqua
Parmigiano reggiano della Latteria sociale di Beduzzo Inferiore
Olio extravergine di oliva
Sesamo

Pelare carote e patate, lavare tutte le verdure, tagliarle in pezzi non troppo grossi. Porre tutto in una pentola, coprire abbondantemente ma non troppo con l’acqua, salare e speziare, far bollire abbastanza a lungo, almeno un’oretta. Servire su un letto di cous cous integrale oppure con la pastina cotta a parte o con crostoni di pane bruscato, aggiungere sesamo, petali di parmigiano e olio a crudo.